Lucchetti (Campagna Abiti Puliti): la moda non sarà sostenibile senza giustizia sociale

Deborah Lucchetti (credit foto Zoe Vincenti)

Per Caltalks intervistiamo Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, coordinata da FAIR che ha pubblicato il rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta” in collaborazione con il Bangladesh Center for Workers' Solidarity (BCWS) nell'ambito di "Fashioning a Just Transition". Il progetto è dedicato alla transizione giusta nell'industria della moda, cofinanziato dall'Unione Europea e promosso dalla Clean Clothes Campaign (CCC). L’indagine mette in luce un paradosso sempre più attuale: edifici sostenibili e transizione ecologica convivono con salari insufficienti, stress climatico, violenza di genere e diritti sindacali limitati. Con lei approfondiamo il significato di una transizione giusta nel settore della moda globale, le responsabilità dei brand internazionali e le prospettive di tutela per milioni di lavoratrici e lavoratori coinvolti nella filiera (credit foto Zoe Vincenti). Qui è possibile scaricare il report completo.

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Il vostro nuovo rapporto parla di “fabbriche verdi” ma di “lavoro grigio”. Qual è il principale paradosso che emerge dall’analisi delle fabbriche tessili certificate LEED in Bangladesh?
Il principale paradosso che emerge dall’analisi è che la sostenibilità ambientale certificata non si traduce automaticamente in giustizia sociale. La certificazione LEED misura soprattutto l’efficienza energetica, l’uso dell’acqua, i materiali e le emissioni degli edifici. Tuttavia, queste valutazioni non dicono nulla — o quasi — su salari dignitosi, libertà sindacale, carichi di lavoro o partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. In Bangladesh, questo modello è stato adottato con grande rapidità: il Paese ospita centinaia di fabbriche certificate ed è arrivato a concentrare la maggior parte degli stabilimenti tessili “più verdi” al mondo, anche come risposta alla crisi reputazionale seguita al disastro del Rana Plaza. Ma il report mostra che queste “fabbriche verdi” restano caratterizzate da un “lavoro grigio”.

In che senso? Può spiegarci perché?
Il miglioramento ambientale non è accompagnato da adeguati diritti del lavoro: nelle 8 fabbriche indagate il divario tra salario reale e salario dignitoso supera il 70%. Manca la rappresentanza sindacale, escludendo lavoratrici e lavoratori dai processi decisionali. L’aumento dell’efficienza produttiva spesso si traduce in ritmi di lavoro più intensi con straordinari di fatto obbligatori. E gli abusi verbali e psicologici sono la norma, spesso collegati ai ritmi di lavoro eccessivi Il paradosso è aggravato dal fatto che il Bangladesh è anche uno dei Paesi più vulnerabili alla crisi climatica senza investimenti sociali e infrastrutturali, la “transizione verde” calata dall’alto che non prevede il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, si dimostra fragile sia ambientalmente sia umanamente.

Le certificazioni ambientali migliorano l’impatto ecologico degli edifici, ma non sembrano garantire diritti e condizioni dignitose per chi lavora. Perché questa distanza tra sostenibilità ambientale e giustizia sociale?
La distanza tra sostenibilità ambientale e giustizia sociale nelle fabbriche LEED deriva dal fatto che stiamo osservando un’economia verde guidata dal mercato, e non dalla partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Nel Bangladesh, le fabbriche LEED hanno ridotto i consumi e migliorato l’immagine dei brand, ma non hanno affrontato il nodo centrale della giustizia sociale. Il lavoro rimane grigio, i salari sono insufficienti, i sindacati assenti e i ritmi produttivi spesso più intensi. La transizione verde, così come è stata implementata, è guidata dal mercato e dalla monetizzazione del rischio, non dal riconoscimento del valore della salute e dei diritti dei lavoratori.

Con quali implicazioni?
Per Campagna Abiti Puliti, questo dimostra che una vera industria della moda sostenibile e democratica non può prescindere dalla partecipazione attiva dei lavoratori e delle lavoratrici organizzati fin dalla progettazione dei processi produttivi: senza questo la sostenibilità rimane sulla carta. Il report documenta salari insufficienti, stress da calore, violenza di genere e limitazioni alla libertà sindacale. 

Quali sono oggi le vulnerabilità più urgenti per le lavoratrici e i lavoratori del settore tessile bengalese?
Oggi le vulnerabilità più urgenti per le lavoratrici e i lavoratori del settore tessile bengalese riguardano la combinazione di rischi fisici, economici e sociali. In primo luogo, lo stress da calore nelle fabbriche — aggravato dalle alte temperature, dall’umidità e dalla mancanza di adeguate misure di raffrescamento — rappresenta una minaccia diretta alla salute e alla sicurezza delle persone. Ma l’aspetto più critico resta l’ottenimento di un salario dignitoso, capace di garantire non solo i bisogni primari, come cibo e alloggio, ma anche quelli secondari, come risparmi, sanità, trasporti, educazione e abbigliamento. Per Campagna Abiti Puliti, questo insieme di elementi definisce il cosiddetto paniere di un salario dignitoso: senza di esso, le lavoratrici e i lavoratori rimangono intrappolati in condizioni di vita precarie, anche quando gli edifici sono certificati come “verdi”.

L’industria dell’abbigliamento in Bangladesh coinvolge milioni di persone ed è centrale per la fast fashion globale. Quali responsabilità concrete hanno i brand internazionali lungo la filiera produttiva?
Con le loro politiche commerciali i brand, di fatto, determinano le condizioni di lavoro e salariali delle operaie impiegate presso i loro fornitori. I prezzi di acquisto sono troppo bassi per permettere ai fornitori di coprire tutti i costi di produzione. Ovviamente quello che viene compresso più facilmente è il costo del lavoro, e con questo i diritti.

Parlate di “transizione giusta” come condizione indispensabile della sostenibilità. Cosa significa davvero applicare questo principio nel settore della moda?
Significa cambiare punto di vista e di azione. Il problema non è solo rendere la produzione più efficiente, riciclare le materie prime, decarbonizzare le filiere, ridurre i consumi. Queste sono tutte misure importanti ma non portano necessariamente a ridurre gli impatti e l’inquinamento perché non basta cambiare modo di produzione, bisogna anche ridurre le quantità prodotte. Finché il profitto per pochi orienta le scelte economiche invece del bene comune, non sarà possibile bandire il modello fast fashion. Per questo la partecipazione e il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici è fondamentale: per porre al centro dell’economia i bisogni e saperi delle comunità, non quelli degli azionisti.

Guardando al futuro, quali azioni politiche, industriali e sociali sono necessarie per coniugare tutela ambientale, diritti del lavoro e sviluppo economico nei Paesi produttori?
Dal punto di vista politico sono necessarie azioni che rafforzino gli obblighi per tutte le imprese di rispettare i diritti umani e ambientali lungo l’intera catena di fornitura. Questo era l’obiettivo della direttiva europea sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese, purtroppo azzoppata dal pacchetto di semplificazione Omnibus appena approvato che sacrifica i diritti in nome della competitività. Dal punto di vista industriale occorre invece un ripensamento radicale dei modi di produzione perché la spinta dell’economia verde, come abbiamo visto, non assicura produzioni sostenibili entro i limiti planetari. Bisogna produrre drasticamente di meno e meglio, rinunciando all’ideologia della crescita infinita. Che poi vuol dire intervenire sul principio di accumulazione dei profitti. Ma questo l’industria non lo farà da sola. Non esiste la mano invisibile con cui il mercato si autoregola. Un'economia del limite e della sufficienza, l’unica possibile entro un pianeta finito, sarà possibile solo grazie a forti interventi regolatori spinti da una domanda sociale organizzata, guidata dal movimento dei lavoratori che pagano il prezzo più alto della policrisi in atto.

Servizio a cura di Stefano Calicchio (C) riproduzione riservata

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