Scianna (UBI): la sofferenza non è una condanna, ma un punto di partenza

Filippo Scianna, presidente dell’Unione Buddhista Italiana (UBI)

Per Caltalks intervistiamo Filippo Scianna, presidente dell’Unione Buddhista Italiana (UBI), in occasione del Vesak 2026, la più importante ricorrenza buddhista dell’anno, in programma dal 22 al 24 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano. L’edizione di quest’anno è stata dedicata al tema “Libertà e liberazione. Due orizzonti, un solo respiro”, con tre giorni di incontri, cerimonie, meditazioni, musica e dialoghi aperti a tutti. Con lui approfondiamo il significato spirituale e civile del Vesak, il ruolo del buddhismo nel mondo contemporaneo e il contributo dell’UBI nel costruire ponti tra trasformazione personale e responsabilità collettiva.

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Il Vesak 2026 si è svolto a Milano intorno al tema "Libertà e liberazione. Due orizzonti, un solo respiro". A evento concluso, che cosa è emerso da questa scelta e quali riflessioni avete raccolto dal pubblico e dagli incontri?
Il tema ha toccato qualcosa di molto vivo nelle persone. Abbiamo voluto mettere in tensione creativa questi due termini: la libertà come condizione esterna, conquista e difesa civile e sociale; la liberazione come processo interiore, trasformazione del modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo. Quello che è emerso con chiarezza, dai dialoghi e dai feedback del pubblico, è che molte persone sentono questa separazione come un problema vissuto: si trovano a godere di libertà formali, di parola, di scelta, di movimento, eppure si sentono intrappolati. Ansie, reattività, senso di impotenza. Il buddhismo non risponde a questo con soluzioni consolatorie, ma offre qualcosa di più prezioso: un invito gentile alla pratica, alla scoperta che la mente può essere coltivata, che la sofferenza non è una condanna ma un punto di partenza. La liberazione non si ottiene, si coltiva, passo dopo passo, nella vita ordinaria. Questo messaggio, evidentemente, risuona.

L'evento ha celebrato nascita, illuminazione e parinirvana del Buddha. Dopo questa edizione, in che modo pensa che una ricorrenza così antica sia riuscita a parlare al mondo contemporaneo e alle domande delle società di oggi?
Il Vesak è una festa di quasi tremila anni, ma il messaggio del Buddha è sempre attuale perché non risponde a domande di ieri bensì a questioni perenni. Come si vive con la sofferenza? Come si coltiva una mente che desidera la felicità? Come ci si relaziona agli altri senza perdersi e senza sopraffarli? Il buddhismo porta qualcosa di raro: una tradizione millenaria di osservazione della mente umana che non è dottrina rigida, ma metodologia verificabile. Alla Fabbrica del Vapore di Milano abbiamo visto persone di ogni estrazione, età, provenienza. Non erano lì per nostalgia spirituale. Erano lì per cercare o approfondire strumenti reali per vivere meglio e agire meglio nel mondo. E per liberarsi definitivamente dalla sofferenza.

Nel programma hanno dialogato monaci, relatori laici, artisti, filosofi, scienziati e figure del mondo culturale. Quale valore ha avuto, concretamente, questo confronto trasversale intorno al tema della libertà?
Il valore è stato proprio nella trasversalità. Il buddhismo non ha paura del confronto, anzi, la sua epistemologia è fondata sull'indagine, non sul dogma. Quando un neuroscienziato parla di come la meditazione modifica i circuiti dell'autoregolazione emotiva e un monaco zen parla di "non-sé", non si contraddicono: si illuminano a vicenda. Allo stesso modo, quando un'artista porta sul palco la sua esperienza del "vuoto creativo", sta parlando di qualcosa che il Dharma conosce bene. Abbiamo scelto deliberatamente di non costruire un evento "per buddhisti". Il Vesak è aperto a tutti perché crediamo che queste riflessioni appartengano all'intera società civile. La libertà, in fondo, non è una questione confessionale.

Tra gli eventi ci sono state cerimonie tradizionali, meditazioni, la creazione e dispersione del maṇḍala, la benedizione degli animali e il Kyudo. Quale risposta avete percepito da parte del pubblico, soprattutto da chi si è avvicinato al buddhismo per la prima volta?
La risposta è stata di autentica sorpresa. Chi arrivava per la prima volta spesso si aspettava qualcosa di esotico o di lontano, e invece ha trovato qualcosa di profondamente sensato. Il maṇḍala di sabbia è un'esperienza visiva e simbolica di straordinaria potenza: vedere monaci lavorare per giorni con precisione assoluta per poi disperdere tutto in un momento, è una lezione sull'impermanenza che non ha bisogno di parole. Il Kyudo, la Via dell'Arco, mostra come anche un gesto fisico possa diventare pratica spirituale quando è fatto con piena presenza. La benedizione degli animali porta la dimensione della compassione verso tutti gli esseri nel cuore di una città. Queste forme tradizionali non sono folklorismo: sono tecnologie di consapevolezza che hanno attraversato i secoli perché funzionano.

Accanto agli incontri, il Vesak ha dato spazio anche al Dharma in Azione, con progetti dedicati a cura, ecologia, cultura, ricerca e impegno sociale. Quale ruolo hanno avuto questi spazi nel mostrare una presenza concreta del Dharma nella società?
È importante chiarire una cosa: il Dharma è sempre in azione, anche sul cuscino di meditazione. Non c'è separazione tra pratica interiore e presenza nel mondo. Quello che questi spazi vogliono verificare è qualcosa di più specifico: se certi principi, l'interdipendenza, la compassione, la non-reattività, la consapevolezza dell'impermanenza, possono offrire risposte concrete in aree della società che chiedono visioni differenti da quelle dominanti. L'accompagnamento alla fine della vita, l'ecologia come pratica di interdipendenza, la ricerca clinica sulla meditazione, l'approfondimento e lo studio dei tesori dell'arte buddhista, sono ambiti dove questa tradizione millenaria ha qualcosa di originale da dire, non in modo confessionale, ma come contributo a una conversazione più ampia. In un momento in cui molte persone cercano nel buddhismo solo una tecnica di riduzione dello stress, vogliamo ricordare che la tradizione ha sempre avuto una dimensione etica e sociale potentissima. Il Dharma non è una ritirata dal mondo. È un modo di stare nel mondo con più consapevolezza, più cura, più responsabilità sistemica. Con un obiettivo chiaro: la cessazione della sofferenza.

Guardando al futuro, quale eredità lascia questa edizione del Vesak e quale ruolo può continuare ad avere l'Unione Buddhista Italiana nel promuovere una cultura della libertà, della responsabilità e della convivenza pacifica?
L'eredità più importante di questa edizione è quella di aver mostrato che il buddhismo italiano è una comunità plurale, arricchita dalle diverse tradizioni che la compongono e capace di presentarsi al paese con un volto unitario e aperto. L'Unione Buddhista Italiana non è un'istituzione religiosa che chiede spazio nella società: è un soggetto che porta contributi alla conversazione civile su temi urgenti, il benessere interiore, l'ecologia della mente, la cura dei più vulnerabili, la pace come pratica quotidiana. Il nostro ruolo futuro è continuare a costruire ponti: tra tradizioni diverse, tra spiritualità e scienza, tra pratica personale e impegno collettivo. La libertà senza liberazione interiore rischia di diventare arbitrio. La liberazione senza libertà civile rischia di diventare fuga. Tenerle insieme, come suggeriva il tema di questa edizione, è esattamente il lavoro che ci attende.

Servizio a cura di Stefano Calicchio (C) riproduzione riservata

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