Capelli (Fondazione Progetto Mirasole): ricostruire la fiducia nelle persone è la vera sfida
Per Caltalks intervistiamo Luca Capelli, presidente di Fondazione Progetto Mirasole, a dieci anni dall'avvio del progetto di valorizzazione dell'Abbazia di Mirasole. Con l'apertura del nuovo Caffè Letterario, cultura e incontro si affiancano alla missione sociale della Fondazione, che promuove percorsi di inclusione lavorativa rivolti a persone in condizioni di fragilità. Con lui approfondiamo come il lavoro possa diventare uno strumento concreto di autonomia e reinserimento.
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Il Caffè Letterario è stato inaugurato da pochi giorni all'interno di un progetto che da dieci anni cerca di riportare l'Abbazia di Mirasole al centro della comunità. Che cosa rappresenta questa nuova apertura nel percorso della Fondazione?
Il Caffè Letterario rappresenta per noi un punto di arrivo e, insieme, un punto di partenza. Dieci anni fa l'Abbazia era un luogo bellissimo ma silenzioso, quasi dimenticato dalla comunità che la circonda. Il nostro lavoro, in questo decennio, è stato innanzitutto rimettere l'Abbazia al centro aprendo gli spazi a eventi, visite, scuole, ma soprattutto facendola vivere attraverso la rinascita di tutte quelle persone che qui cominciano il loro percorso di reinserimento nella comunità. Il Caffè è la tappa più recente di questo cammino, ma è anche quella che chiude un cerchio: non è solo un presidio culturale, è un luogo fisico dove le persone possono tornare a incontrarsi, leggere, fermarsi. Ed è gestito, concretamente, anche dalle stesse persone che la Fondazione accompagna nei percorsi di inclusione. Quindi rappresenta esattamente quello che vogliamo essere: un posto dove cultura e lavoro non sono due attività separate, ma la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.
L'iniziativa nasce per costruire un luogo di cultura e incontro, ma si inserisce anche nella vostra missione di inclusione sociale e lavorativa. Come convivono concretamente queste due dimensioni?
Convivono perché, nel nostro modo di lavorare, non sono mai state davvero due dimensioni separate. Il Caffè è gestito anche da persone che la Fondazione ha accompagnato in un percorso di inserimento lavorativo: significa che chi ti serve un caffè, chi cura gli scaffali del bookcrossing, chi organizza un incontro culturale, chi riordina gli spazi, è la stessa persona che sta costruendo lì la propria autonomia. La cultura, in questo senso, non è un'attività a latere rispetto alla missione sociale: è lo spazio in cui quella missione si mostra, si racconta, incontra chi da fuori magari non conosce il nostro lavoro quotidiano. Un visitatore che viene per un libro o per un caffè, senza saperlo, entra in contatto con un percorso di inclusione. E questo, per noi, è preziosissimo perché è un altro modo di restituire dignità e visibilità a chi stiamo accompagnando. Per noi inclusione significa far incrociare le vite delle persone senza etichette: non ci interessa che chi entra al Caffè sappia per filo e per segno la storia di chi incontra dietro al bancone, dalla caduta alla risalita. Ci interessa che quella persona abbia l'opportunità di riprendersi senza stigmi. È giusto che la comunità sappia che facciamo inclusione; non è necessario che sappia per forza chi, di volta in volta, viene incluso.
Nel 2025 il 71% dei 97 lavoratori di Progetto Mirasole risultava in condizioni di fragilità, tra rifugiati, ex detenuti e disoccupati. Può spiegare ai lettori cosa significa costruire un vero percorso di inserimento lavorativo e quali sono gli ostacoli più difficili da superare?
Costruire un percorso di inserimento lavorativo vero significa, prima di tutto, non trattare il lavoro come un punto di arrivo automatico, ma come uno strumento che va costruito insieme alla persona, un pezzo alla volta. Ognuno di noi si porta dietro una valigia, un bagaglio fatto di esperienze, fatiche, anche fragilità. Quando accogliamo una persona in un percorso di reinserimento, apriamo insieme a lei quella valigia e ciò che tiriamo fuori va ben oltre la sua fragilità, che è solo una piccola parte del contenuto. Della fragilità ci prendiamo cura; quello che recuperiamo sono invece le competenze, i sogni, le cose che quella persona ha imparato nel tempo, spesso proprio attraversando le difficoltà — cose che lei stessa, a volte, ignora o sottovaluta, nascoste come sono sotto il peso delle fatiche.
Gli ostacoli più difficili, concretamente, sono spesso meno legati al "saper fare" un lavoro e più alla fiducia: fiducia in sé stessi, dopo anni in cui la società ti ha restituito soprattutto giudizio... e fiducia da parte di chi deve assumerti, accoglierti, lavorarci fianco a fianco ogni giorno. Un lavoro tecnicamente lo impari, ma ricostruire la fiducia nelle persone: è quella la vera sfida. Per questo il nostro lavoro non si esaurisce nell'offrire un'occupazione, ma nel costruire attorno alla persona una rete che tenga: formazione, accompagnamento, relazioni stabili. Quando questo accade, abbiamo visto che il lavoro mette a posto molte altre caselle della vita: restituisce dignità, autonomia, un posto riconosciuto nella società.
Con l'occasione dell'inaugurazione raccontate anche la storia di Paolo, una persona detenuta che grazie al lavoro all'Abbazia sta costruendo un percorso di ripartenza. Quanto può incidere un'opportunità lavorativa sulla possibilità concreta di recuperare autonomia, fiducia e un ruolo nella società?
Paolo racconta sé stesso così: "se dovessi descrivermi direi che sono un ragazzo di buona famiglia che, a un certo punto, si è perso". È una frase che mi ha colpito molto, perché smonta in poche parole uno stereotipo: la fragilità non è una categoria di persone, è qualcosa che può attraversare chiunque. Paolo, dopo l'abbandono della scuola, ha preso una strada che lo ha portato in carcere molto giovane. Ma ha capito presto che l'unica possibilità che aveva era ricominciare a studiare: prima da autodidatta, poi nei corsi scolastici in carcere. Lui stesso la racconta come una rivincita sul sé stesso che aveva sbagliato strada.
Oggi, grazie all'opportunità di lavorare a Mirasole, Paolo dice di poter riprendere in mano la sua vita un pezzo alla volta. Ecco, questa espressione dice tutto quello che penso sul valore del lavoro nei percorsi di reinserimento: non è una soluzione che arriva tutta insieme, è qualcosa che si ricostruisce con pazienza, giorno dopo giorno. Un'opportunità lavorativa concreta incide perché restituisce una routine, una responsabilità, uno sguardo diverso su di sé da parte di chi ti sta intorno. E quando questo si accompagna, come nel caso di Paolo, a un percorso personale già fatto di studio e cultura, l'effetto si moltiplica: il lavoro diventa il terreno su cui mettere a frutto un cambiamento che la persona aveva già cominciato a costruire dentro di sé.
Cultura e lavoro sembrano incontrarsi anche nelle attività del Caffè, dal bookcrossing al teatro realizzato con il coinvolgimento di persone detenute. Quale valore possono avere cultura e partecipazione nei percorsi di reinserimento?
Hanno un valore enorme, e ancora una volta la storia di Paolo lo racconta meglio di qualsiasi teoria. Lui dice che l'abbandono della scuola lo ha portato sulla strada sbagliata, e che una volta in carcere è stata proprio la lettura a dargli una forma di libertà, a farlo "viaggiare" quando non poteva muoversi. Riprendere a studiare, fare teatro, è stato per lui il modo concreto per rimettersi in piedi: la cultura è stata "cibo per l'anima".
Questo per noi è un principio guida, non un'eccezione. Il bookcrossing, il teatro, gli incontri culturali che stiamo costruendo al Caffè non sono un contorno rispetto al lavoro: sono un altro modo per restituire alle persone che accompagniamo gli strumenti per capirsi, raccontarsi, stare in relazione con gli altri. Il palinsesto culturale del Caffè è in fase di definizione nei suoi ultimi dettagli, ma la direzione è chiara fin dall'inizio: vogliamo che cultura e partecipazione siano, esattamente come il lavoro, un terreno dove le persone possano riprendere in mano la propria storia.
Dopo dieci anni di attività e con una nuova fase di sviluppo dell'Abbazia appena iniziata, quale modello di inclusione vorreste costruire a Mirasole e quale ruolo immaginate per il Caffè Letterario nei prossimi anni?
Il modello che vogliamo costruire è quello di una comunità che non guarda alla fragilità come a un'etichetta, ma come a una parte del bagaglio che ognuno si porta dietro, da prendere in cura senza farne un giudizio definitivo sulla persona. Vogliamo che Mirasole sia un luogo dove il lavoro, la cultura e l'accoglienza continuino a parlarsi, invece di restare in compartimenti separati come spesso accade altrove.
Per il Caffè Letterario, nei prossimi anni, immaginiamo un ruolo che cresca su due binari insieme: da un lato un presidio culturale sempre più riconosciuto dalla comunità intorno all'Abbazia; dall'altro un luogo che continui a essere, molto concretamente, una porta d'ingresso al lavoro per le persone che accompagniamo. Se tra qualche anno le persone di Opera e dei dintorni penseranno al Caffè Letterario come al posto dove si va a leggere, ascoltare una storia, prendere un caffè buono, senza magari nemmeno pensare al percorso di chi li sta servendo, vorrà dire che abbiamo raggiunto esattamente quello che cercavamo: l'inclusione che non si vede, perché è diventata normalità.
Servizio a cura di Stefano Calicchio (C) riproduzione riservata


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